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Elisabetta PogginiOffline

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    Elisabetta Poggini ha pubblicato nel gruppo RACCONTO – THRILLER

    10 mesi, 1 settimana fa

    Suona il citofono: un trillo di seguito all’altro. Mentre mamma sta finendo di vestirsi, vado ad aprire. Dovrebbe essere il momento esatto in cui lei fa le smorfie davanti allo specchio.
    Sul tavolo del soggiorno ci sono ancora i resti della colazione. Dovrà occuparsene Amanda. Il sole entrerà dalla portafinestra e le sbiadirà la peluria nascosta del volto.
    Quando mamma spunta nell’ingresso, la raggiungo. Indossa il cappotto bianco che aveva il giorno in cui papà è morto. Lo portava anche il pomeriggio in cui le ho parlato per la prima volta, vicino alla vasca di sabbia del giardino pubblico. Nella foto dell’album mostravo una faccia fiaccata dal caldo o da un dolore misterioso.
    «Leo, devo andare. Ti senti ancora la febbre?»
    Scuoto il capo.
    «Bene, starai a casa ancora un paio di giorni. Vieni a darmi un bacio, dai. Amanda sarà già dietro la porta, cerca di fare il bravo con lei».
    Mi avvicino, mi sollevo sulle punte dei piedi e le do un bacio sulla guancia. Odora di fragole e alcol, un alcol buono senza il guizzo dell’acido cattivo.
    «Mi piace Amanda», mormoro.
    «Certo che ti piace, ed è anche tua cugina».
    Annuisco e abbasso gli occhi.
    «Mamma, voglio un gatto».
    Lei mi guarda come guarderebbe il letto sfatto e il cestello pieno della lavatrice. Poi, come sempre, osserva un punto sospeso: qualcosa che non esiste tra la polvere e la penombra.
    «Vedremo, dai. Non è il momento di parlarne, adesso. Ora scappo. Ciao tesoro».
    Mamma apre la porta, saluta Amanda che attende sulla soglia e si precipita giù per le scale.
    Quando il sole la investe, sorprendendola in un gesto banale, Amanda assomiglia a un’albina. A una creatura dei boschi dall’aria stanca. Studia arte e dice che vuol diventare una performer. Una volta le avevo chiesto che cosa significasse. Lei si era stretta nelle spalle e mi aveva lanciato uno sguardo vago. Aveva risposto che ero troppo piccolo per capire, perché quel tipo di artisti fa cose estreme con il corpo.
    “Tipo gli scalatori o gli atleti del circo?” avevo insistito. Lei si era messa a ridere e mi aveva scompigliato i capelli con la mano.
    Le dita e i capelli delle persone si attraggono molto. Il loro contatto genera un piacere puro e selvaggio. Succede come quando si accarezzano i fiori o si afferra con la mano l’aria sferzante fuori dal finestrino di un’auto in corsa.

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